venerdì 12 maggio 2017

Intervista con Claudia Campone

Con Claudia Campone ci siamo conosciute durante la presentazione del nuovo negozio flagship Mondelliani, e quell'incontro non è stato casuale visto che la progettazione e il design della boutique erano curate dallo studio THiRTYONE Design + Management gestito proprio da Claudia. 




Claudia non poteva non interessarmi. Prima di tutto, il design della boutique Mondelliani si distingue nettamente tra i tanti negozi a Roma sottolineando e trasmettendo il carattere del brand. Inoltre, raramente una giovane donna gestisce un'azienda di design perché, nonostante tantissime donne architetto e designer, è ancora un mondo maschile. Infine il design spesso viene associato con Milano, perciò volevo scoprire di più su un'azienda di design di base a Roma. E così è nata questa intervista.

Claudia Campone

Raccontami della vostra attività. Il tuo background di studi e professionale precedente? 
Sono cresciuta nella provincia di Cosenza, in un paesino di 2000 anime in cui mi sento a casa: quei posti di cui conosci ogni erbaccia e ogni lampione. Ho studiato Design a Roma e poi a Nantes, in Bretagna, imparando che gli anni dell’università sono più importanti più per gli incontri che per i contenuti a cui abbiamo il piacere di accostarci.

Ho iniziato a lavorare mentre studiavo, perché non sono mai riuscita a fare una cosa per volta. E anche perché credo che il design, e l’arte del progettare siano discipline che non possano essere capite fino in fondo se non iniziando a sporcarsi le mani fin da subito. E così sono andata a Shanghai nel 2005, quando ancora l’ondata dell’Expo stava per spiegarsi e per investire la città: da occidentale in quel contesto, insieme ad altri amici, abbiamo messo su un primo “rudimentale” studio di design.

Da lì sono rientrata in Italia e ho accumulato varie collaborazioni con studi di grafica e architettura a Roma, fino ad entrare nel gruppo LVMH dove ho consolidato un’esperienza internazionale nell’ufficio Store Planning di un prestigioso marchio di moda italiano: immaginare uno spazio, schizzare a matita i suoi confini e immediatamente precipitarsi ad incontrare operai e fornitori per poi percorrere quelle superfici nel giro di alcuni mesi: questo è stato il mio lavoro per oltre 8 anni, accumulando polvere di cantiere e segni rossi sui disegni da Los Angeles a San Pietroburgo, da Seoul a Parigi.

Quando e come è nata l'idea di creare questa azienda?
THiRTYONE è nata allo scoccare dei miei 31 anni: quel momento della vita in cui senti di essere nel perfetto momento per fare una follia, ma farla per bene e con coraggio. E così è stato: ho lasciato il “posto fisso” ringraziando l’azienda del lusso per cui ho lavorato con passione quasi dieci anni e, facendo tesoro di quel periodo intenso ho avviato THiRTYONE. In italiano si dice, infatti, “Fatto 30, facciamo 31” riferendoci ad uno sforzo ulteriore, ad uno slancio in avanti quando ci sembra di essere arrivati.

Che cosa la definisce e distingue dagli altri studi di design?
Mi piace pensare che THiRTYONE, a differenza di uno studio di architettura o di grafica, sia una realtà multi-disciplinare in cui grafici, architetti e designer lavorano in team con scenografi, falegnami e artigiani. Il tutto con una forte attenzione all’aspetto sempre più importante del Project Management, ovvero quella competenza che ci consente di realizzare davvero quello che immaginiamo. E di realizzarlo nei tempi e nei costi condivisi con i nostri clienti. 




Quanti siete?
Siamo 5 persone in ufficio e molte di più con la rete di professionisti e artigiani che ci supportano per ogni progetto.

Che servizi proponete?
Servizi di design, nel senso puro del trovare una soluzione creativa per ogni progetto: che sia Interior Residenziale, oppure Retail, o ancora Graphic Design, o pura installazione artistica. I nostri servizi sono “chiavi in mano” poiché ci occupiamo della progettazione e della realizzazione di ognuna delle nostre idee.

Chi sono i vostri clienti? Solo italiani o anche stranieri?
Entrambi: lavorando nel campo del Retail come attività principale ci capita di disegnare negozi all’estero e, sicuramente, per clienti stranieri che si affacciano al mercato italiano.



Qualche parola sui progetti gia realizzati: 
il più difficile? 
Per esperienza e senza voler peccare di superbia, ho imparato che non esiste nulla di difficile o impossibile, ma esistono tempi e costi. Ma è stato difficile, ad esempio, convincere una coppia di clienti che dipingere degli archi monumentali di un improbabile giallo acido sarebbe stata una scelta vincente: ma loro si sono fidati. E quando il cliente si fida non c’è nulla di difficile da progettare. 

il più interessante o divertente? 
Ci stiamo divertendo adesso che, per un noto brand dell’automotive, stiamo lavorando ad una pista di automobili che percorre l’altezza di 8 piani all’interno di una scala elicoidale: le macchinine si azioneranno con sensori di movimento diventando una scultura partecipata dai visitatori.


il più stravagante? 
Un albero giallo alto 14 metri che abbiamo realizzato all’interno di un ristorante a Milano. Mi sono sentita stravagante nel proporlo ad una platea di clienti abituati a soluzioni conservative e tradizionali. Ma anche lì, ci è stata concessa molta fiducia e il risultato parla da sè.
Foto del progetto realizzato
Render del progetto
Qualche parola sul Salone del Mobile appena concluso. Quali sono i trend per i prossimi mesi? Che designer/brand/presentazione/evento ti ha colpito in modo particolare? Il vostro progetto presentato li?
Il Salone del Mobile e il Fuorisalone annesso sono davvero una grande festa. E come nelle migliori feste, spesso non si ha davvero il tempo di realizzare cosa stia accadendo: infatti, per buona abitudine, il mese successivo al Fuorisalone mi concedo qualche ora di rassegna stampa su cosa è stato selezionato e pubblicato per avere una visione più consapevole. In tal senso, mi trovo impreparata ad oggi a definire dei trend che non siano semplici mode destinate, a mio avviso, a tramontare velocemente. Mi sembra che, in generale, stiamo ancora assistendo al trionfo del massimalismo negli ambienti che viviamo e in quelli che visitiamo. Mi sembra che ci sia un po’ di stanchezza in generale nel tentare di proporre una nuova strada che sia di pensiero dello spazio e non di riempimento dello stesso. 

Al Fuorisalone abbiamo debuttato lo scorso anno con il nostro brand di A-latere Collateral Design, presentando un mobile bar dal gusto orientale e prezioso. Quest’anno abbiamo fatto tesoro del successo raccolto proponendo un apliamento di questo design declinato su altri pezzi: tavoli, credenze ecc.




Il tuo oggetto di design preferito in generale? E designer o brand?
Ce ne sarebbero molti, e per molte ragioni distinte: penso al rigore elegante che invidio a Vico Magistretti, e all’ostinazione di Carlo Scarpa, e all’accoppiata degli Eames, ma anche al giovanissimo Nendo e alle sue intuizioni geniali.

Il designer che sto riscoprendo e che avevo trascurato negli anni di studio è sicuramente Mendini e la sua sapienza nell’utilizzo del colore, cifra stilistica in cui, sempre di più mi riconosco a mio agio.

Il mio oggetto preferito invece è la lampada geniale di Bruno Munari: la Falkland.



Che cos'è per te lo stile? E il lusso?
Il lusso è possibilità, libertà di movimento e sicurezza in sé stessi. E quindi il lusso, per me, non è mai ostentazione ma affermazione. Lo stile è il veicolo con cui muoversi nella progettazione: è un insieme di codici, forme, immagini e simboli a noi familiari, che combiniamo e scombiniamo nelle migliaia di possibilità a nostra disposizione. 

I vostri prossimi progetti o collaborazioni?
Un bel progetto di Interior in una location straordinaria nel cuore di Roma. Avremo a che fare con la storia, i refoli del barocco e l’arte difficilissima del restauro: non vedo l’ora.

È difficile per una giovane donna gestire un'azienda privata? Quali sono le difficoltà, gli ostacoli? Come riesci a conciliare la vita familiare e professionale?
E’ difficile. Ma fattibile, come tutte le cose difficili. Le donne giovani sono mal viste in cantiere, come sulle navi: siamo pur sempre personaggi in rottura con un ambiente prevalentemente machista e fatto di materiali inerti. Sul tema della gestione familiare penso che la vera difficoltà sia quella di conciliare i vari ruoli di mamma, moglie, lavoratrice, amica: è un lavoro quotidiano di equilibri sottili e arte circense, e sicuramente il tutto sarebbe ancora più complesso se non avessi scelto la persona giusta al mio fianco.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Dover immaginare. Sempre, ogni giorno. Essere sempre oltre e altrove con la propria visione mentale e, con mille sforzi e attraversando mille imprevisti, ritrovarsi davvero in quel luogo immaginato.



Il tuo legame con Roma? Che cosa ami o non ami particolarmente di questa città? 
Vivo a Roma, più o meno costantemente, da circa 12 anni. Non è la mia città, mi sento ancora fuori sede, ma Roma non ti fa mai sentire fuori luogo, straniera o estranea. Ci sono infinite cose che amo di questa città benedetta dal clima, dalla storia, dall’arte e dalla sua gente, ma l’immagine di Roma mi è più cara è la luce che filtra tra le foglie disordinate del Lungotevere mentre lo percorro in velocità in sella al mio destriero meccanico. In primavera. Prima del tramonto.

Non mi unirò al coro dei detrattori di Roma e del suo degrado ormai inevitabile: vedo ogni giorno, in diverse zone della città, piccoli e grandi tentativi di buona educazione e senso civico: per cui quello che non amo di questa città è la sua anima auto-commiserativa.

Qualche tuo indirizzo o posto preferito a Roma? 
Ristorante: Da sor Duilio, il miglior crudo per me.
Bar: Freni e frizioni, non dentro, ma sulla piazzetta antistante, in mezzo ai turisti francesi.
Museo: Galleria Borghese perché ha una dimensione perfetta e la giusta quantità di opere mozzafiato per una visita riposata.
Negozio: quello che abbiamo disegnato noi: Mondelliani in via dei Prefetti 11.
Teatro: Ambra Jovinelli, una buona programmazione e un edificio riqualificato intelligentemente, e quella facciata Liberty è splendida.
Monumento: Chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane, entrate, alzate lo sguardo e poi parliamo. 
Piazza: Piazza della Quercia, tra Campo dè Fiori e il Lungotevere. E’ intima, affatto monumentale e ha una quercia al centro che chissà da quanto tempo ci sorveglia benigna.

Fotografie - per gentile concessione di THiRTYONE Design + Management

THiRTYONE Design + Management
www.thirtyonedesign.it

2 commenti:

  1. Giuseppina Garofalo17 maggio 2017 17:28

    Bravissima Claudia, sei una grande! Continua a portare avanti il nome di Santo Stefano, noi come concittadini, non possiamo che esserne orgogliosi. Ad Majora semper!

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