lunedì 1 settembre 2014

Intervista con Michela Fasanella

Con Michela Fasanella, la giovane designer romana fondatrice del brand Aroma30, ci incontriamo nel suo studio, nascosto dietro una porta all’apparenza anonima nel quartiere Pigneto. Lo studio è molto bello, un loft con il tetto di vetro dal quale passa la luce che invade tutto lo spazio. Una rapida occhiata per capire senza sbagliarsi che è uno studio di designer di moda: gli schizzi, i moodboard, i manichini, uno grande specchio, le riviste e i libri di moda, i rulli di tessuti, le matite, tutto lo conferma. Lungo una parete sono esposte in fila le sue creazioni sfumandosi dai toni chiari in seta e organza trasparente verso il nero in jersey.

Dopo aver visto i capi e dopo aver parlato con Michela capisco che è lei l’incarnazione dello spirito delle sue collezioni: una donna bella, sofisticata, graziosa, ma allo stesso tempo forte e sicura, con le idee chiare e ben precise, con la determinazione di proseguire sulla sua strada nel mondo della moda e del lavoro in proprio. Ma questo pensiero arriva alla fine dell’intervista. Cominciata come sempre con le domande su come tutto è nato.


Michela, mi racconti della Sua attività, delle Sue esperienze degli studi e del lavoro.
Prima ho studiato in Italia, qui a Roma, all’Accademia di Costume e Moda, e poi ho fatto un corso di Fashion Design & Marketing a Londra, al Central St Martins College, mi interessava approfondire la parte marketing della moda.

Poi sono tornata in Italia dove ho fatto le prime esperienze lavorative, tra cui Valentino e Salvatore Ferragamo. E poi ho cominciato a collaborare con una sartoria e fare delle piccole cose, a sperimentare qualcosa per conto mio.

Dopo ho deciso di trasferirmi in Inghilterra dove ho vissuto tre anni. Ed il marchio è iniziato lì commercialmente, nel 2010 mi sono registrata come self-employed ed ho partecipato alla London Fashion Week. Questo è stato il lancio.

Sorge una domanda: è più facile farlo all'estero che in Italia?
Molto più facile, è un altro mondo! Il motivo per cui ho deciso di tornare qui era per la produzione. La manifattura italiana è estremamente diversa, sia dal punto di vista qualitativo sia dal punto di vista dei prezzi. E anche il rapporto, il modo in cui lavorano le persone. Io credo che il Made in Italy sia importante e continuerà ad essere importante perché la mentalità che ha il lavoratore ed il tipo di passione che ci mette fanno la differenza. Il modo di trattare, il carattere più aperto, il venirsi incontro. Per un marchio piccolo, emergente, è fondamentale.

Mentre in Inghilterra era un rapporto molto più professionale, ma si facevano pagare molto per un prodotto qualitativamente più basso e non c’era modo di venirsi incontro. Certo, facendo un bilancio non conveniva a livello economico, fiscale, burocratico, ma dall’altra parte c’era questa differenza a livello caratteriale e così ho fatto la mia scelta e sono tornata in Italia nel 2011.


Secondo Lei, che cosa dovrebbero fare dei politici italiani per aiutare le aziende di moda ed i giovani?
Secondo me basterebbe che prendessero esempio dal Nord Europa. In particolare in Gran Bretagna non sei considerato una vera azienda finché non hai un vero fatturato. Quindi limitare le tasse o INPS che ti chiede di pagare un fisso anche se non stai guadagnando. Secondo me bisognerebbe avere molta più elasticità per chi sta nascendo, crescendo e almeno fino ad un certo livello di fatturato.

All’inizio devi anticipare delle spese, cominciare a costruirti una clientela, fare del passaparola. Tutto questo richiede anni di lavoro costante. Se in più ci sono delle tasse altissime, delle spese fisse, allora rinunci già in partenza. Oppure peggio: molti provano e poi sono costretti a chiudere lo stesso. Ho presente delle storie di tantissimi amici che avevano un loro prodotto, bellissimo, di ottimo livello che meritava di esistere, ma che hanno chiuso perché non potevano andare avanti.

E non Le è mai venuto in mente che sarebbe meglio lavorare in qualche grande azienda affermata che in proprio?
É quello che ho fatto all’inizio, poi è stato un caso, perché mi sono trovata in un periodo, dopo aver fatto diverse collaborazioni, quando stavo mandando dei CV e per non sentirmi ferma volevo evolvermi, così ho cominciato a fare delle cose per conto mio, mettendomi quasi alla prova. Ho visto che la cosa iniziava ad andare bene, da subito, addirittura ricevevo richiese da alcuni negozi in conto vendita, e quindi questo ha cominciato ad occupare sempre più tempo. Di conseguenza dovevo fare una scelta: dedicare tempo alla ricerca del lavoro o occuparmi delle mie creazioni. Quindi diciamo che più che una scelta è stato un percorso che mi ha portato a questa decisione.

Lavorare in proprio è sicuramente più stimolante, anche se molto più difficile. Ti costringe ad imparare tante cose al di là del disegno, dalla scelta dei materiali alla manifattura alla produzione alla comunicazione, diventi esperto in tutto assumendoti delle responsabilità.

Oggi la gestione del marchio in se la curo da sola, poi per la manifattura c’è il laboratorio di sarte qui a Roma. Inoltre ogni tanto collaboro con i vari altri laboratori e persone esterne, dipende dalle esigenze. E poi ho una famiglia che mi sostiene molto, è una cosa molto italiana, la famiglia e l’azienda. I miei possono sempre darmi un consiglio, una risposta che mi fa riflettere.

Perché questo nome, Aroma30?
L’ho scelto molto velocemente. Dovevo partecipare ad una fiera a Parigi e dovevo fare delle etichette con il nome del brand. Non volevo usare il mio nome personale perché avevo voglia di distaccarmi un po' dal progetto, di vederlo come qualcosa a se stante. Volevo che non significasse nulla, un nome astratto. Così ho scelto Aroma, perché mi ricorda i profumi, che amo molto, è una parola internazionale, che viene usata in molte lingue e quindi è comprensibile e poi include il nome della mia città, Roma.


La Sua musa-ispiratrice? Chi è la donna per la quale crea?
Non è proprio una, forse un mix di donne, con caratteristiche diverse, spesso cambiano, anche se il modello generale c’è.

Mi piace molto Monica Vitti perché la trovo elegante in maniera classica, fresca e molto contemporanea, la potresti trasporre al giorno d’oggi e sarebbe perfetta, anche se rappresenta gli anni 60-70. Mi piace molto Sofia Coppola, minimale, chic, ha una femminilità di cui percepisci l’intelligenza, la concettualità, mi piace molto anche il suo lavoro, il modo in cui esplora il mondo femminile. Mi piace molto anche Tilda Swinton, anche lei è molto celebrale, molto concettuale. E poi Charlotte Gainsbourg, anche sua mamma Jane Birkin. Sono tutte le donne che vanno al di là del loro tempo. Ed è quello che cerco di fare con i miei abiti, che non siano inquadrabili in un periodo o stagione. Puoi comprarli e indossarli tra 2-3 anche 5 anni. Mi piace il fatto che la moda sia atemporale, non sia legata a stagioni o tendenze.

Certamente creo per una certa tipologia di donna, più che altro caratteriale. Mi piace una donna austera, una donna sicura di se stessa, che non ha bisogno di vedersi con gli occhi degli altri, ma che abbia grazia. Per me la cosa più importante in una donna è la grazia, la femminilità, il modo di porsi agli altri. Poi può essere anche ironica, divertente, simpatica, buffa. Austerità non necessariamente significa severità o rigidità. Mi piace che sia declinata in vari modi. Può esserci la freddezza e rigore, ma anche la femminilità più materna o più ironica. Mi piace la donna che non si veste per gli altri, che non ha bisogno di seguire le mode perché è se stessa.

Molte delle mie clienti sono avvocati, commercialiste, donne che lavorano in campo giuridico e economico. Forse perché chi lavora in questi settori, definiti maschili, precisi, che non lasciano spazio alla creatività, devono sfogarsi in qualche modo ed ecco allora che scelgono i miei capi.

Segue le sfilate e le settimane della moda?
Onestamente guardo le sfilate con poco interesse, perché sono troppo simili tra loro, lo faccio più per dovere.

Dove si possono acquistare i Suoi prodotti?
Al momento vendo soltanto ai privati, direttamente. Quindi si fissa l’appuntamento e il cliente viene qui in studio dove c’è il campionario. Può provare delle cose e personalizzarle, cioè decidere la taglia, il colore, il tessuto, i dettagli, la lunghezza.

Più che pensare a fare delle collezioni stagionali preferisco l’idea di offrire un servizio per il quale il cliente può scegliere un capo che ho realizzato anche due anni fa e decidere se lo vuole magari in una lunghezza o un colore diverso. É un servizio disponibile tutto l’anno.

Solitamente richiedo circa 20 giorni per realizzare l’ordine della cliente. Ma a volte il capo è pronto anche in una settimana. La tempistica è dettata più che altro dalla disponibilità dei tessuti richiesti. Le cose più particolari possono richiedere anche un mese e mezzo.

Non ho ancora uno shop on-line, è un po' troppo presto e difficile per un prodotto come il mio, più basato sull’esperienza diretta con il cliente, sull’attesa, sulla personalizzazione. Mi piace il fatto che la mia cliente possa scegliere esattamente che cosa vuole. É sicuramente il nuovo tipo di lusso, non necessariamente basato sul costo elevato.

L’unicità, la personalizzazione, la qualità ecco che cosa è il lusso oggi. Dobbiamo staccarci dalla mentalità del “tutto e subito al minor prezzo possibile” che porta inevitabilmente ad essere uguale a tutti gli altri. Certo è una soluzione veloce, economica e democratica, però così si è persa la parte più bella del vestirsi, il piacere di prendersi cura di se stessi attraverso la scelta di un tessuto e di una vestibilità. É importante perché è così che si crea il proprio stile e si costruisce il proprio guardaroba, ordinando qualcosa in base a quello che hai già nell’armadio.


Offro anche il servizio di pre-orders on-line, é un servizio disponibile sempre. Funziona molto bene con i capi semplici, poco strutturati, in jersey che non richiedono delle prove. Io richiedo un acconto al momento dell’ordine e il saldo alla consegna. Faccio la spedizione dei capi non solo in Italia, ma anche ai miei clienti all’estero.

Crea anche su ordinazione?
Sì, certo, faccio anche i capi custom-made, magari disegnati appositamente. In quel caso cerco di capire che cosa vuole la cliente, se magari ha delle foto da farmi vedere. Le preparo delle proposte disegnate. Di queste proposte lei o ne sceglie una o magari mi dice “Voglio questo con il taglio di quest’altro”. Così lavoriamo insieme per creare un capo su misura.

La fascia dei prezzi dei suoi capi?
Ovviamente i prezzi sono molto variabili. Se prendiamo un capo già pronto, a disposizione per la vendita, costa una cifra. Se si tratta di un su misura, disegnato appositamente, è tutt’altro. Diciamo che io cerco di fare un buon compromesso tra la qualità che offro e il budget. Non ho paura a chiedere al cliente quale sia il budget che ha intenzione di spendere per potergli offrire le soluzioni che sono in linea con le sue intenzioni. Non mi piace essere il tipo di designer che guarda dall’alto in basso. Mi piace il contatto umano e poter accontentare nel modo in cui posso.

Ho anche clienti che magari ci tengono alla qualità e al vestirsi bene, ma non hanno delle possibilità altissime e hanno un budget abbastanza ridotto, a questo punto studiamo insieme la wishing list di quello che a loro piace e creiamo il loro schema personale di acquisti. Io da parte mia faccio la ricerca sui tessuti, ad esempio, proponendo le varianti alternative (ad esempio invece di pura seta uso il misto) e mantenendo la stessa immagine. Semplicemente trovo il compromesso.

Se parliamo di un vestito in jersey, siamo tra i 100 e 150 euro. Un vestito in seta, non lungo, con qualche dettaglio particolare – tra i 200 e i 400 euro. Ovviamente ci sono i prezzi molto più alti, ad esempio un abito importante, su misura, può sfiorare anche i 1000 euro. Insomma dipende da cosa si cerca.

Comprare direttamente da chi realizza le cose abbatte molti costi, non tanto i costi di produzione, ma i costi di servizi intermediari che in questo caso saltano. Quindi il cliente ha un prodotto qualitativamente molto alto ad un prezzo nettamente inferiore.

Ha un bellissimo studio situato nel Pigneto. Perchè la scelta di questa zona?
É la mia zona preferita, però questo è stato un caso, anzi una fortuna. Mio padre, che fa il restauratore edile ha preso questo spazio insieme con mio cugino, geometra, diversi anni fa per realizzare il loro studio. Poi loro non hanno più avuto bisogno di questo spazio e così mio padre l’ha proposto a me. É stata una fortuna, perché non mi sarei potuta permettere di pagare un affitto. O avrei dovuto caricare il prezzo d’affitto sui capi.


Adesso il Pigneto è una zona che soffre di molti problemi, è improvvisamente riqualificata, però mantiene ancora un po' un’anima radical-chic che la differenzia da altre zone di Roma. Mi ricorda molto East London dove ho vissuto. É esattamente come aver ritrovato quel tipo di realtà, nata dalla riqualificazione di una zona molto periferica e abitata principalmente da artisti, designer, creativi, insomma un po' bohème.

Lavora sempre qui?
Dipende. Quando si tratta di disegnare, lo faccio di notte, è il mio momento creativo, dall’una in poi: rifletto, disegno, penso ad un concept, scrivo dei press-release. Ovviamente lo faccio a casa. La realizzazione dei capi invece, a partire dal lavoro sui manichini, avviene nel laboratorio dalle sarte e qui in studio. Inoltre qui mi incontro con le mie clienti.

I suoi capi appaiono spesso nei servizi fotografici in varie riviste.
Ricevo continuamente richieste da parte di stylist e fotografi che chiedono alcuni dei miei capi per i servizi moda, editoriali, shooting, etc. E’ una cosa molta bella, mi piace. Io sono molto selettiva, non dico sì a tutti perché ovviamente c’è l’immagine del marchio in gioco. Non è una selettività basata sull’esperienza di chi mi contatta, anzi mi piace collaborare anche con i giovani e gli emergenti, a volte anche studenti, l’importante che ci sia un’impronta ben chiara, uno stile definito e ben preciso, così anche per loro questo diventa un’opportunità.

Parliamo un po' del suo legame con Roma?
Sono romana nata a Roma. Roma a volte è soffocante. Finché vivi qui dentro è come una famiglia numerosa dalla quale qualche volta vorresti scappare. Credo che devi uscire per un attimo da questa città per vederla dall’esterno e saper apprezzarne delle cose.

Ho avuto modo di vivere in altre città, ho vissuto a Firenze, quando lavoravo da Salvatore Ferragamo e a Londra. Londra per me è stata questo tipo di fuga. Per quanto è intensa e stimolante ti offre anche la possibilità di trovare dei momenti di tranquillità, a Roma invece è molto più difficile. Quindi il mio soggiorno a Londra mi ha consentito di respirare un po' e di rappacificarmi con Roma, di scoprire le sue belle cose che la differenziano dalle altre città.

Una su tutte è la gente. Quello di cui ho un po' sofferto a Londra è il fatto di sentirmi  a volte invisibile e disconnessa da tutti, pur essendo in una città molto popolata. Mi è capitato di passare giornate intere senza scambiare parola con una sola persona. Lì c’è una concezione diversa di privacy. E a volte è difficile scindere tra rispetto dello spazio dell’altro e totale indifferenza. È un confine sottilissimo. I romani invece sono invadenti, nervosi, però non passi mai inosservato.

In certe giornate non mi sentivo più neanche donna in Inghilterra, invece a Roma gli sguardi e i commenti dei ragazzi per strada, cosa di cui mi lamentavo prima, ti fanno sentire la Sofia Loren della situazione (a questo commento ridiamo tantissimo, perché è proprio vero! - nota d’autore).

Un’altra cosa che mi piace di Roma è il fatto che comunque parli con la gente. Se vai al bar a prenderti un caffè, allora il cameriere ti parla, ride e scherza. É tutto una piazza pubblica, la gente ha sempre qualcosa da commentare: la politica, il calcio, l’attualità, la cronaca, basta che dai un imput ed è fatta. É una cosa un po' da paese, ma è proprio questo bello e particolare di Roma.

Secondo Lei, che cosa manca a Roma per diventare una vera capitale della moda? O va bene la sua posizione attuale?
Io credo che Roma possa diventare la capitale di un determinato tipo di moda, forse più legato all’artigianato, a delle piccole realtà. Allora magari se si differenzia totalmente dalle grandi città della moda, può trovare una sua identità. É sempre stata la città dell’alta moda, quindi credo che potrebbe essere buono trovare il modo per rimodernare questo concetto. Per cui al di là dei grandi atelier che fanno alta moda ad altissimi livelli vederla anche proprio come una realtà fatta di prodotto su misura, qualitativamente alto, artigianale e lasciare che Milano detenga il primato del prêt-à-porter e delle sfilate con tutto il loro entourage.

Anche geograficamente parlando Roma ha una posizione che non è molto comoda per i buyers o i clienti che vengono dall’estero. Per cui magari è più facile cercare di concentrare qui qualcosa di più selezionato, esclusivo, artigianale, in edizione limitata. Io credo che Roma abbia questo tipo d’identità e dovrebbe puntare su questo.

Infine qualche Suo indirizzo o posto preferito a Roma?
Non so se ho un posto preferito in questo senso, è difficile sceglierne uno. Ce ne sono molti e ognuno ti può dare qualcosa di diverso. Può essere bellissimo camminare sul lungotevere perché costringe a fermarti e dire “Quanto è bella Roma!” o magari la stessa cosa la puoi provare al Gianicolo o a volte anche in periferia, come al Quadraro o Pigneto appunto che hanno una bellezza meno patinata, ma più vera, che ricorda un po' il neorealismo, un altro tipo di italianità.

Fotografie - Antonio De Paolis
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