martedì 12 novembre 2013

"Stalingrad" e Festival del Film di Roma


Premessa: inizialmente non avevo nessuna intenzione di andare a vedere il film "Stalingrad" di Fedor Bondarchuk. Quando ho visto il poster e il trailer del film, non sono rimasta colpita per niente, anzi, mi ha quasi dato fastidio lo stile troppo “hollywoodiano”. Anche tutta la polemica in Russia intorno a questo film non prometteva niente di buono. Ma quando ho trovato questo film nel programma del 8 Festival Internazionale del Film di Roma (fuori concorso), ho deciso che criticare, per di più senza aver visto, è la cosa più facile e meno corretta. Così, per decidere una volta per tutte, ho deciso di andare a vederlo.

La prima proiezione c’è stata domenica sera. Già l’ingresso è stato in stile “attacco su Stalingrado”. Il subbuglio era creato da una signora del personale dell'Auditorium che con la sua voce forte segnata da un riconoscibile accento slavo stava dando indicazioni sulla fila dove mettersi, insisteva sul lasciare gli ombrelli e zaini in guardaroba e continuava a ripetere che probabilmente i posti in sala non basteranno per tutti. Questo suo urlare ha infine creato una agitazione totale, così tutti hanno dimenticato del tappeto rosso su cui in quel momento sfilavano Bondarchuk e gli attori e si sono messi nella hall in fila. Infine, tutti sono riusciti ad entrare, sia il pubblico che gli accreditati (secondo me c’erano ancora dei posti liberi), anche se un po’ stressati da questa prima accoglienza. Devo dire che dal punto di vista organizzativo il festival ancora zoppica, ma non voglio fermarmi su questo ora.

Per due terzi la sala era composta dai spettatori russi. Alla premier erano presenti il regista Fedor Bondarchuk, il produttore Aleksandr Rodnianskij, gli attori Petr Fedorov, Thomas Kretchmann, Maria Smolnikova, Yanina Studilina.


Senza girarci troppo intorno dico subito che non è “il mio” film. Ha suscitato in me esattamente la stessa reazione che a suo tempo ha provocato “Pearl Harbor”, cioè un lavoro fatto bene e professionale, ma senza anima. Tutti questi effetti speciali, la musica drammatica di sottofondo (anche se è di un compositore come Angelo Badalamenti), le esplosioni e le fiammate non mi toccano affatto. Perché sono cresciuta sui film come “Destino di un uomo”, “Qui le albe sono quiete”, “Quando volano le cicogne”, “Loro combattevano per la loro patria” e molti altri. Dove praticamente non c’erano delle scene di battaglia, di sangue che scorre a fiumi, di fuoco di mitragliatrice. Nessun traccia di effetti speciali. Ma c’erano dei grandissimi attori, delle storie, degli eroi, dei registi che sapevano raccontare la guerra e inchiodare davanti allo schermo e far piangere ogni volta che guardavi questi film.

Ma detto questo non voglio criticare Fedor Bondarchuk. Perché capisco che ha fatto il film non per la mia generazione, ma per quelli che oggi hanno vent’anni e non sanno nemmeno che cosa sia la storia di Stalingrado. È un film per quelli che non guarderanno mai “Qui le albe sono quiete” perché per loro il cinema di guerra è solo in 3D e con gli effetti speciali.

Bondarchuk ha fatto un film moderno che parla di guerra. Cercando di raccontarla ai giovani. Provando di dimostrare che anche i russi possono fare non solo il cinema d’autore per pochi eletti, ma anche dei blockbuster in stile Playstation. Senza dimenticare di ricordare, allo spettatore occidentale in primis, che la guerra è stata vinta non solo dagli americani. Per questo c’è tanto patriottismo, a volte un po’ esagerato. Ma va bene così. Gli stessi americani lo dimostrano, questo patriottismo, dappertutto, spesso anche troppo.


Comunque sia il festival continua. Se volete percepire in pieno la sua atmosfera visitate l’Auditorim Parco della Musica, il suo nucleo e cuore, che in questi giorni sembra un formicaio. Fa sempre piacere vedere come il cinema unisce i fan giovanissimi di Scarlett Johansson, di Jennifer Lawrence e di Rooney Mara e quelli un po’ più grandi, i critici e i blogger, i cineasti famosi e gli attori alle prime armi, tutti venuti al festival.   





















A parte di film vorrei nominare le mostre "Massimo regista" e "Ritratti di Anna" presentati in Auditorium e dedicati rispettivamente a Troisi e alla Magnani, e la mostra "Bellissime, icone di ieri nella Roma di oggi" nella Casa del Cinema, e ancora gli incontri con gli attori e registi come Jonathan Demme, Spike Jonze, Christian Bale, Casey Affleck, Wes Anderson e tavole rotonde una delle quali è dedicata al regista russo Aleksej German e al suo ultimo film “Difficile Essere Dio” che sarà presentato al festival.


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